Mi chiamo Alberto Manieri e studio i Tarocchi

Il mio percorso non nasce da una vocazione lineare, ma da una frattura: un libro, un sogno e un attacco di panico. Avevo diciott’anni. Da lì si è aperta una domanda che non si è più richiusa: come si legge davvero ciò che ci accade?

Negli anni ho cercato la risposta in direzioni diverse: spiritualità orientale, esoterismo occidentale, filosofia, psicologia, antropologia. Ho studiato linguaggi e tradizioni differenti, spesso lontani tra loro, cercando ciò che potevano raccontare dell’esperienza umana e del modo in cui costruiamo il senso di ciò che viviamo.

I Tarocchi sono entrati in questa ricerca e, nel tempo, hanno finito per occuparne una parte centrale: li studio da circa quindici anni. Ho attraversato approcci diversi, li ho letti, confrontati e soprattutto messi alla prova nella pratica. L’incontro con Alejandro Jodorowsky nel 2013 è stato importante, così come lo sono stati gli anni successivi di studio, di letture e di lavoro con le persone.

A un certo punto ho capito che ciò che cercavo nei Tarocchi non erano più le risposte, ma un modo per imparare a guardare.
Da questa ricerca è nato un metodo di tarologia fondato sull’osservazione delle immagini, sul simbolo, sulla relazione tra le carte e sulle domande che possiamo rivolgere a ciò che stiamo vivendo.

Nel 2026 ho raccolto questa ricerca nel libro Tarocchi della Realtà — La via del simbolo per incontrare se stessi e il mondo, pubblicato da Do it human. Nello stesso periodo ha iniziato a prendere forma anche la scuola Tarocchi della Realtà, nata dall’insegnamento e dalle persone che negli anni hanno cominciato a studiare e praticare insieme a me.

Quello che continuo a cercare

Mi interessa il punto in cui un’immagine incontra una persona e riesce a farle vedere qualcosa che prima non riusciva a guardare allo stesso modo. Per questo non considero i Tarocchi un vocabolario di significati da imparare a memoria, ma mi interessa la grammatica del simbolo: il modo in cui immagini, numeri, archetipi e relazioni costruiscono ogni volta una lettura diversa.

La domanda rimane il centro del mio lavoro: una buona domanda può aprire una situazione, mettere in discussione una certezza, restituire complessità a qualcosa che avevamo ridotto troppo in fretta.

È questa ricerca che oggi porto nella scrittura, nell’insegnamento, nelle letture e negli incontri.

E che, naturalmente, continua.

Fotografia: © Elena Datrino

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